Negli ultimi anni il trattamento della leucemia linfatica cronica (CLL) ha vissuto un vero e proprio cambio di paradigma.1 Grazie all’introduzione di nuove molecole più mirate ed efficaci, oggi la CLL è considerata, per la maggior parte delle persone che ne sono colpite, una malattia cronica e gestibile.1

Dalla chemio-immunoterapia alle terapie target: un cambio di paradigma

Per molti anni le opzioni a disposizione di chi viveva con la CLL sono state piuttosto limitate e si basavano principalmente sulla chemioterapia.1 I farmaci chemioterapici allora più utilizzati rappresentavano uno strumento importante, ma offrivano benefici modesti sulla sopravvivenza ed erano associati a tossicità significative, tra cui un abbassamento prolungato delle difese immunitarie e una maggiore predisposizione alle infezioni.1

Una prima svolta è arrivata con l’introduzione degli anticorpi monoclonali diretti contro la proteina CD20, presente sulla superficie delle cellule leucemiche.1 Questa novità ha aperto la strada alla cosiddetta chemio-immunoterapia, in cui la chemioterapia viene combinata con un anticorpo monoclonale.1

La svolta più recente, però, è arrivata con le terapie target: si tratta di farmaci capaci di interferire in modo selettivo con i meccanismi che permettono alle cellule leucemiche di sopravvivere e moltiplicarsi.2 Oggi rappresentano la scelta preferenziale sia per chi inizia il trattamento per la prima volta sia nei casi di recidiva, perché hanno mostrato risultati clinici superiori rispetto alla chemio-immunoterapia.1 Il risultato è importante: i progressi terapeutici hanno ridotto in modo significativo il divario di sopravvivenza tra le persone con CLL e la popolazione generale di pari età.1

Le principali classi di terapie oggi disponibili

Le terapie target utilizzate per la CLL appartengono principalmente a tre famiglie di farmaci:

  • Inibitori di BTK (tirosin-chinasi di Bruton). Bloccano un enzima coinvolto nella crescita anomala delle cellule leucemiche e si somministrano per via orale.2 Sono disponibili inibitori di prima generazione e di seconda generazione: questi ultimi sono più selettivi e mostrano un profilo di sicurezza migliore, in particolare sul fronte cardiovascolare.3
  • Inibitori di BCL-2. Bloccano una proteina, la BCL-2, che svolge un ruolo chiave nella sopravvivenza di alcune cellule leucemiche: in questo modo contribuiscono a eliminarle e a renderle più sensibili ad altri farmaci antitumorali.2 Anche questi farmaci si assumono per via orale e si sono dimostrati particolarmente efficaci nelle combinazioni di terapia a durata definita.3
  • Anticorpi monoclonali anti-CD20. Sono proteine prodotte in laboratorio che si legano a un bersaglio specifico (la proteina CD20) sulla superficie delle cellule leucemiche, attivando le difese dell’organismo per distruggerle.2 Vengono somministrati tramite infusione endovenosa e possono essere utilizzati da soli o in combinazione con altri trattamenti.2

Questi farmaci possono essere somministrati in due modi:

  • continuativamente, ossia fino a progressione della malattia o alla comparsa di tossicità inaccettabile2
  • oppure per un periodo di tempo pre-definito (in inglese fixed-duration).

I regimi terapeutici continuativi offrono il vantaggio di un controllo di malattia duraturo e profondo nel tempo, ma sono talvolta associati allo sviluppo di resistenze al farmaco e a un maggiore rischio di tossicità cumulative. D’altro canto, invece, i regimi a durata definita sono associati a un minore rischio di insorgenza di resistenze e regalano al paziente periodi liberi da terapia.3

Il ruolo dei marcatori biologici (IGHV, TP53, del17p) nella scelta terapeutica

La scelta del trattamento più adatto non dipende solo dai sintomi o dallo stadio della malattia: l’équipe medica valuta anche l’età, lo stato di salute generale e, soprattutto, alcune caratteristiche biologiche e genetiche delle cellule leucemiche.4

In particolare, prima di iniziare la terapia il medico verifica se le cellule presentano:

  • la delezione del braccio corto del cromosoma 17 (del17p) o una mutazione del gene TP53: queste alterazioni sono associate a una prognosi meno favorevole e predicono una minore efficacia della chemioterapia tradizionale.3
    Per questo motivo le persone con queste caratteristiche vengono indirizzate fin da subito verso le terapie mirate.4
  • lo stato mutazionale del gene IGHV (regione variabile della catena pesante delle immunoglobuline): se il gene risulta non mutato, la malattia tende a essere più aggressiva e a rispondere meno bene alla chemio-immunoterapia.
    Anche in questo caso le terapie target rappresentano la scelta preferenziale.4

Conoscere queste caratteristiche permette di costruire un percorso di cura personalizzato, che mira non solo
a controllare la malattia ma anche a preservare la qualità di vita.1

Fonti

  1. Molica S, Allsup D. Chronic Lymphocytic Leukemia Care and Beyond: Navigating the Needs of Long-Term Survivors. Cancers. 2025;17(1):119.
  2. National Cancer Institute. Chronic Lymphocytic Leukemia Treatment (PDQ®) – Patient Version. Disponibile al link: https://www.cancer.gov/types/leukemia/patient/cll-treatment-pdq
  3. Hallek M. Chronic Lymphocytic Leukemia: 2025 Update on the Epidemiology, Pathogenesis, Diagnosis, and Therapy. Am J Hematol. 2025;100:450-480.
  4. American Cancer Society. Typical Treatment of Chronic Lymphocytic Leukemia (CLL). Disponibile al link: https://www.cancer.org/cancer/types/chronic-lymphocytic-leukemia/treating/treatment-by-risk-group.html