Dalla chemio-immunoterapia ai nuovi agenti target
Storicamente, il linfoma mantellare è stato associato a una prognosi sfavorevole, ma negli ultimi anni la sopravvivenza è progressivamente migliorata.1 Una migliore comprensione dei meccanismi biologici della malattia e dei fattori prognostici ha infatti aperto la strada a nuove opzioni terapeutiche.2
Si tratta di un vero e proprio cambiamento nel trattamento della malattia, il quale si sta orientando sempre di più verso approcci che, in alcuni casi, possono anche ridurre o evitare l’uso della chemioterapia tradizionale, grazie all’impiego di terapie target spesso orali, utilizzate sia nella prima fase di cura sia nei casi di recidiva o resistenza.3
La scelta della strategia terapeutica più adatta dipende comunque da diversi fattori, tra cui l’età e le condizioni generali del paziente, lo stadio della malattia e le sue caratteristiche biologiche.1
Le principali classi terapeutiche oggi disponibili
Le principali classi di farmaci oggi disponibili o in fase di studio sono:4
- Anticorpi monoclonali anti-CD20: vengono utilizzati sia in associazione con la chemioterapia, in regimi che per molti anni hanno rappresentato lo standard di cura
di prima linea, sia come terapia di mantenimento dopo la prima fase di trattamento.
- Inibitori di BTK: sono farmaci target orali oggi disponibili in diverse generazioni
e consentono di ottenere remissioni spesso durature. Oggi sono utilizzati sia in prima linea in associazione alla chemioterapia, che nelle linee successive in monoterapia.
- Terapie cellulari CAR-T: rappresentano un’innovazione importante per le persone
con malattia recidivata o resistente.
- Terapie cellulari CAR-T: rappresentano un’innovazione importante per le persone
con malattia recidivata o resistente.
La ricerca scientifica nel linfoma mantellare prosegue inoltre verso terapie sempre più personalizzate, sviluppate
sulla base del profilo biologico di ciascun paziente.4
Il ruolo del trapianto
Negli anni passati, il trapianto autologo di cellule staminali è stato una delle poche opzioni in grado di offrire remissioni prolungate della malattia, almeno nelle persone più giovani.5
Si tratta però di una procedura complessa, associata a possibili effetti indesiderati importanti, e per questo riservata a un numero limitato di pazienti accuratamente selezionati.5 Nelle persone più anziane, infatti, il suo impiego è spesso più difficile.5
Nei prossimi anni il suo impiego potrebbe ridursi ulteriormente, grazie alla disponibilità di nuove strategie terapeutiche più efficaci5 e strategie di mantenimento capaci di prolungare il controllo della malattia.5
Resta comunque un ambito in evoluzione e la possibilità di integrare il trapianto autologo con i nuovi approcci continua a essere studiata, soprattutto nelle forme più aggressive.5